L come “luce”

Nel racconto biblico della creazione, luce è la prima parola pronunciata da Dio. «Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu» (Gen 1,3)

Meraviglioso comando che porta in sé la possibilità stessa di esistere per ogni cosa creata dopo la luce, perché senza di lei non ci può essere vita. Ogni essere vivente ne ha bisogno per svilupparsi e per raggiungere la sua pienezza. Sappiamo l’importanza che il sole ha per gli esseri umani, ma tutta la natura ne ha bisogno: le piante per innalzarsi, i fiori per rivestirsi di splendore, i frutti per addolcirsi. Senza luce non esisterebbe né la vita né la bellezza e nemmeno la bontà. Ecco perché Dio disse prima di tutto «Sia la luce!».

E «Dio vide che la luce era cosa buona e Dio separò la luce dalle tenebre» (Gen 1,4). La luce è buona e gradevole, ma non è l’unica ad esistere. Ci sono anche le tenebre. C’è anche il buio. «Dio chiamò la luce giorno, mentre chiamò le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: giorno primo» (Gen 1,5)

C’è un alternarsi di luce e di tenebra che non è soltanto naturale ma anche teologico perché un ritmo voluto da Dio.

Ma cosa vuol dire che questo dinamismo è anche teologico? Semplicemente che il ritmo naturale è immagine di qualcosa di più profondo, che la natura ci aiuta a interpretare le varie sfaccettature della vita, che il rincorrersi della luce e del buio ci raccontano qualcosa del nostro cammino con Dio. Come il “giorno primo”, la nostra intera esistenza infatti si potrebbe sintetizzare con poche parole: «e fu sera e fu mattina». La nostra vita è come una giornata in cui, come ricorda il salmo, «alla sera ospite è il pianto e al mattino la gioia» (Sal 30,6). Luce e buio, gioia e pianto si intrecciano nella nostra quotidianità. Però se consideriamo che in natura questo alternarsi è necessario perché la luce è essenziale ma se è troppa tutto quanto morirebbe  ̶ e allora anche il buio e la freschezza della sera diventano necessari  ̶ forse potremo pensare che anche per la nostra vita sia così, non solo per la vita biologica ma anche per quella “spirituale”. Forse l’alternarsi di pianto e gioia, di luce e di buio, sono necessari alla nostra crescita e per arrivare a maturità. In fondo ogni vita, che è la cosa più bella al mondo, inizia con un pianto.

L’esperienza però ci ricorda con forza che nel cuore prevale il desiderio di “un giorno senza tramonto”, di uno stato di gioia senza interruzione. È mai possibile? La Bibbia ci ricorda di sì: «Non vi sarà più notte, e non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà. E regneranno nei secoli dei secoli» (Ap 22,5). Alla fine sarà tutto luce, e la luce è Dio stesso. Siamo fatti per essere avvolti dalla luce, e anche «se le tenebre scendono sulla città degli uomini», come ricorda un inno della liturgia, «non si spenga la fede nel cuore dei credenti». Noi ci troviamo ancora a vivere questo alternarsi di vicende luminose che fanno risplendere il nostro volto con un sorriso e di vicende dolorose che ci incupiscono, ma la fede che ci porta ad accogliere il Signore Gesù come sole che sorge dall’alto diventa per noi la lampada che ci offre la luce necessaria per non sprofondare nel caos della tristezza: «Chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» Gv 8,12

Aprirsi alla luce significa aprire il cuore a Gesù e alla sua parola che è lampada per i nostri passi e luce sul nostro cammino (Cf Sal 119, 105), luce gioiosa, luce di bontà e di bellezza che ci viene incontro anche nel cuore della notte e ci fa sperare nel giorno che non conoscerà tramonto.

Jonathan

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