M come “Miele”

Che c’è di più dolce del miele? Niente.

Infatti quando non si sa come esprimere la bontà di qualcuno o di qualcosa si dice che “è dolce come il miele”.

Anche la Bibbia sfrutta questo paragone e, se consideriamo che essa è nata nel contesto della cultura orientale, il simbolismo del miele diventa ancora più intenso. Non è prezioso solo per la sua bontà ma anche per la sua essenzialità e questo perché in alcune situazioni (soprattutto nel deserto) era l’unico cibo di cui si poteva disporre insieme a un po’ di pane.

Bontà, dolcezza, preziosità, essenzialità, sono tutte caratteristiche che la Scrittura riconosce in ciò che assimila al miele, attribuendole innanzitutto al Signore stesso come suggerisce il salmista: «gustate e vedete com’è buono il Signore» (Sal 34, 9) Nel rapporto con Dio nulla è escluso, ogni senso, anche il gusto, è coinvolto. È testimone di questo uno dei profeti “maggiori”, Ezechiele.

Ezechiele, in una maestosa visione, percepisce una voce che lo invita a nutrirsi di un rotolo che gli veniva offerto. Lui lo mangiò e per la sua bocca fu “dolce come il miele” (Cf. Ez 3,3). Questa esperienza del profeta ci porta a pensare alla parola del Signore come a un nutrimento dolce ed essenziale, un cibo che per il salmista è addirittura «più dolce del miele e di un favo stillante» (Sal 119,11).

La parola del Signore è davvero un alimento basilare per nutrire la nostra fede in lui, e anche se qualche volta essa ci sembra amara o priva di gusto, a lungo andare rivela tutta la sua dolcezza perché nasce dal cuore buono del nostro Dio.

Il miele è presente nella Scrittura più di quanto immaginiamo, anzi, lo si trova in passaggi di particolare importanza, per esempio, quando il Signore dice a Mosè di aver visto la durezza della schiavitù con cui gli egiziani opprimevano il popolo di Israele, afferma anche di essere pronto a liberarlo «per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele» (Es 3,8). Come alternativa all’amarezza della schiavitù il Signore propone la dolcezza della libertà vissuta in una terra propria. Abbondanza di latte e di miele, il cibo dei re, è la promessa che il Signore fa al suo popolo.

Dalla conoscenza della dolcezza del Signore, dall’ascolto della sua parola buona e dal ricordo delle sue promesse, dovrebbero nascere anche dal nostro cuore tante espressioni di bontà, come ricorda il libro dei Proverbi «Favo di miele sono le parole gentili, dolce per il palato e medicina per le ossa» (16,24) Il nostro parlare sarà dolce se è illuminato dalla Parola del Signore.

La massima espressione della dolcezza è l’amore tra un uomo e una donna che per noi è sacramento dell’amore di Cristo verso la sua chiesa e dell’amore di Dio per l’intera umanità. Concludiamo, quindi, citando uno dei versi più intensi e meravigliosi del Cantico dei cantici in cui il miele è esplicitamente preso come simbolo dell’amore: «Le tue labbra stillano nettare, o sposa, c’è miele e latte sotto la tua lingua e il profumo delle tue vesti è come quello del Libano» (4, 1).

Ascoltare la parola del Signore, nutrirsi di essa, significa aprirsi alla possibilità di trovare la dolcezza anche nelle situazioni più difficili ed amare, come ci ricorda il Salmo 81: «Se il mio popolo mi ascoltassi! […] Lo sazierei con miele dalla roccia»

p. Jonathan

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